Profumi che raccontano una vita

Pubblicato il 12/05/2017

Chanel


Di colpo mi sono resa conto che il tempo ormai alle mie spalle è intessuto di profumi, amati e indossati, che rispecchiano non solo gli eventi di una vita, ma anche la trasformazione interiore che li ha accompagnati.
E quando parlo di profumi, intendo proprio quelli in flacone e non i sentori che hanno risvegliato la sensibilità olfattiva nell'infanzia.

È stato verso i diciott'anni che, da spettatrice, sono diventata protagonista di una femminilità concentrata in boccetta: arduo il confronto con quel Balenciaga Le Dix, firma olfattiva di una madre intensa e repressa, dal cui controllo volevo liberarmi.

Ed ecco che la lotta del passaggio da fanciulla in fiore a donna in erba, carica delle aspettative di un futuro in divenire, si rifletteva nel dualismo fra il candido soffio floreale di Diorissimo, contro il metallo ribelle di Eau de Calandre.
Il cordone ombelicale con la famiglia, non ancora reciso, mostrava i primi segni di usura, ma il mio naso preveggente assaporava già il vento di libertà che di lì a poco avrei seguito. Era il mio vento personale, figlio di quell'uragano che negli anni '60 - appena conclusi- aveva travolto le strutture politiche e sociali del dopoguerra.

Il debutto nel mondo arrivó col primo viaggio, sempre nel segno della dualità: volavo per rispondere ad un richiamo d'amore, ma volavo per la prima volta sola e libera. Fu proprio allora che decisi: volevo viaggiare, anzi, volevo proprio volare.
Così, il mio naso imparo' a riconoscere anche i profumi di vite altrui: la vibrante vivacità di Ô de Lancôme o l'allure da signorinella  di L'Air du Temps, ad esempio, indossati da due delle compagne con cui dividevo la stanza, al corso Alitalia per assistenti di volo.

Con l'ingannevole freschezza di Eau Sauvage (ancora Dior!) incontrai l'universo delle fragranze maschili. Allora, l'uomo che lo portava fu il primo a spezzarmi il cuore ma, forse proprio per questo, quel profumo rimane una pietra miliare nelle mie memorie olfattive.
Dall'inizio degli anni '70 mi tuffai in una serie di profumi leggendari, che accompagnarono la mia vita fra le nuvole.
Non riesco a collocarli precisamente uno dopo l'altro, ma li ricordo tutti, così come le sensazioni che suscitavano in me: lo slancio immaginifico di Vol de Nuit, contrapposto allo struggimento di L'Heure Bleue; lo spirito audace di Calèche e di Amazone, lo stile di Givenchy III, ma anche la maliziosa impertinenza del primo Valentino, il nitore trasparente di Cristalle o l'eterno femminino di Samsara e Fidji ...nomi che oggi fanno sognare gli appassionati di profumi Vintage.

Allora eravamo fortunati: bastava entrare in una profumeria qualunque, non era necessario cercare fragranze "di nicchia" per possedere (a prezzo onesto)  un capolavoro.
Negli anni '80 smisi di volare, avevo voglia di mettere radici, pur se sempre a modo mio. Furono altri anni ruggenti, nei quali anch'io cavalcavo l'onda di un'opulenza tuttora memorabile: era il tempo della "Milano da bere", delle prime grandi agenzie di pubblicità e comunicazione, della grande editoria.

Non più ragazza ma donna, comunque avida di vita e di esperienze, oltre al bagliore degli eventi mondani cercavo il mistero di realtà parallele, volevo risposte a nuove, ancestrali domande. E così sceglievo profumi che in qualche modo evocavano lo stesso desiderio di profondità : Magie Noire, Ysatis, Youth Dew,  fragranze intense, impegnative, fra le quali balenava tuttavia il lampo di un candore mai sopito, con le note limpide di White Linen o del Melograno di Santa Maria Novella.

Flaconi, profumi

Avvolta dalla sensualità di Parfum Sacré e di Cornubia, salutai il decennio che avrebbe portato al nuovo secolo, ma il tempo dei profumi umbratili e complessi stava per scadere. 
Il mio naso reclamava qualcosa di diverso, anche se non sapeva ancora bene in che direzione fiutare. 
Approdò quindi agli antesignani della profumeria di nicchia, scoprendo le suggestioni bucoliche dei primi Diptyque: all'inizio, si divise fra i sentori di giardino fiorito di Olène e gli accordi eccitanti e speziati di Eau Lente

Solo nel 1996 scoccò il colpo di fulmine, con quella che sarebbe stata la mia unica fragranza nei dieci anni a seguire: indossai Philosykos allo sfinimento, inebriandomi, avvolgendomi negli inediti accordi di fico, legno, cocco e note verdi. Mi ci identificavo talmente da usarlo come firma personale e ci fu un periodo in cui lo spargevo ad arte nell'ascensore di casa, per attizzare la passione amorosa che stavo vivendo con un fascinoso vicino...

Ormai ero entrata nell'età matura e apprezzavo quel tipo di semplicità, solo apparente, che deriva da una vita vissuta seguendo il proprio sentire.
Arrivó comunque il momento di cambiare ancora vita, stavolta facendomi guidare non dall'intuito, ma dalla razionalità. Pensavo di ritrovare le mie radici avvicinandomi alla famiglia di origine e non mi rendevo conto che, invece, mi stavo allontanando dalla mia essenza profonda. 

Presto le illusioni caddero e gli anni vissuti a Bologna spensero in gran parte il fuoco che ha sempre spinto le mie azioni. Ero confusa, non volevo ammettere l'errore e ugualmente confuse erano le mie scelte olfattive. Non ho mai terminato nessuno dei profumi di allora: non la violetta di The Unicorn Spell o di Violette Blanche, né tantomeno il gelsomino notturno di Draama Nui o il fico solare di Jardin de Kérylos. Dopo pochi spruzzi sentivo che non li volevo più addosso, non erano miei, in un'irrequietezza olfattiva che era lo specchio delle mie giornate.
Nemmeno la soavità di Tilleuil e la pur notevole, ambigua vaniglia di Eau Duelle riuscirono a lenire la depressione che mi stava lentamente soffocando.

Finché, nel dicembre del 2014, a Bruxelles trovai quello che da subito diventò il profumo della mia nuova vita. Creato da una giovane profumiera indipendente, Chez Ma Fleuriste era esattamente l'effluvio che assale entrando in un negozio di fiori : non solo petali, ma anche gambi e foglie macerati nell'acqua dei vasi, quasi a simboleggiare il disfacimento nel quale, prima o poi, ogni cosa finisce.
Pochi mesi dopo, trovai il coraggio di lasciarmi alle  spalle anche quel capitolo della mia vita, tornando a vivere nel luogo dove ormai affondano le mie vere radici, ritrovando serenità ed equilibrio.

E i profumi? Chiudendo  un simbolico percorso circolare, ora sto di nuovo indossando le fragranze della giovinezza, in versione Vintage; oltre ai profumi di quei tempi, ne scopro altri che allora non conoscevo e che ora sento miei: l'assertività sfrontata di Vent Vert, l'essenza parigina di Scherrer, l'eleganza senza tempo dei Patou e, guarda caso, la polverosa violetta di Le Dix...
Ad essi, alterno un paio di creazioni della profumeria artistica attuale, che però evocano uno stile d'altri tempi: l'enigmatica penombra di Alamut, insieme alla luminosità boschiva di Le Sillage Blanc, sono la cifra eterea di una dualità che mi appartiene.

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